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  1. 1 punto
    La speranza è l'ultima a morire cit. Comunque grazie
  2. 1 punto
    Ahimè mi è toccato Una delle peggiori schifezze politically correct della storia Certe volte devo essere cattivo e dire no
  3. 1 punto
    Io li vedo fin da bambini perchè seguo tutte le gare di kart, lì a 13/14 anni vedi chi ha vero talento e chi no. Segnalai Verstappen 5 anni fa come futuro fenomeno, e così è stato, anzi non avevo previsto una carriera così fulminea.... lui è veramente il più forte... stracciava gli avversari in due categorie differenti (non ci è mai riuscito nessuno nei kart!), considera che in KZ ci sono piloti professionisti che prendevano la paga da un ragazzino. LeClerc è un ottimo pilota, ha avuto una crescita più "normale" dell'Olandese ma alla fine è arrivato in Ferrari. Vi segnalo Lando Norris, pilota molto molto forte, purtroppo per lui avrà una McLaren ma intanto è entrato nel giro che conta. Mick Schumacher non ha mai fatto un podio! All'epoca era poco meglio di Stroll. Questa gara è di quasi 6 anni fa, Verstappen 1 Le Clerc 3
  4. 1 punto
    Europa 51, Roberto Rossellini, 1952. Irene, cioè Ingrid Bergman, appartiene a una famiglia agiata della Roma post bellica, una città in cui confluiscono idee comuniste, pacifiste assieme alla povertà e all'indifferenza. Irene non è esente dall'indifferenza, ma a farle cambiare atteggiamento è la tragedia, ammantata da un dubbio pressoché insostenibile, che coinvolgerà suo figlio. Si apre così per Irene la porta di casa e inizia il nostro viaggio con lei nella realtà più scarnificata della capitale. Ingrid sembra accogliere le idee politiche che vogliono il paradiso in terra fatto dagli uomini per gli uomini, idee progressiste e comuniste; ma proseguendo nel film capiamo che a muoverla non è una convinzione politica, potrebbe forse essere una fede. Una fede come quella raccontataci sempre da Rossellini nel 1950 con Francesco giullare di Dio. Il film in questione, ispirato dai Fioretti di san Francesco, racconta per quadri gli avvenimenti del frate e della suo compagnia che si andava formando. Tutti in qualche modo distanti e inspiegabili dalle logiche del mondo, vivono affidati totalmente alla provvidenza. E Rossellini, come unico orpello a questa vita, a questa storia che già di per sé ha da narrare, si rende servo del racconto andando a impreziosirlo costruendo scene splendide, come quella dell'incontro in una notte stellata tra Francesco e un lebbroso, oppure non limitando il comico che può di certo esser presente nelle vita di tutti, compresa quella di dei frati, lasciando ricchi spazi ai racconti anche più frivoli ma significativi della cesura nel vivere secondo la regola di Francesco o secondo la società. Ma non è questa, non è la fede in Dio, a spingere Irene a fare ciò che fa per gli altri. Il motivo ce lo viene detto nel finale, dove il film, che fin a quel punto aveva giusto regalato qualche ottimo squarcio di regia su vasti interni o panorami urbani, oltre alla tragedia detta in apertura, nel finale ecco che erutta, complice una regia ancor più capace nella sua apparente semplicità, tutta la drammaticità dei sentimenti e del vivere di Irene, della sua assoluta inclassificabilità in ogni forma di sistema costituito, di ogni sua distanza dal pensiero sia cattolico che comunista che la costringeranno a una fine speculare a quella di Francesco d'Assisi. Se lui compie la sua missione andando nel mondo a predicare, un mondo che non è certo pronto ad accoglierlo ma che lui combatte avendo dalla sua un alleato più grande; per lei, altrettanto distante da tutti, nel suo mondo, nel mondo di oggi, non può essere una santa ma soltanto una reclusa, una da dimenticare affinché nessuno prenda il suo esempio. In un mondo che sembrava aperto a tutte le nuove idee e possibilità dopo la guerra, Ingrid è paria, per lei non c'è posto. Troppo pericolosa. Il mulino del Po, di Alberto Lattuada, 1949. Nell'Italia post unitaria vediamo la vita di una famiglia di mugnai che abitano nel loro mulino sul Po. Vita agreste, una figlia promessa sposa, e una serie di difficoltà sempre maggiori dovute da due movimenti contrari ma convergenti nell'abbattersi sul mulino. Parlo della lega dei lavoratori, una lega nata sulle idee socialiste che tanto stavano prendendo piede nell'europa di allora, che spingeva per la collettivizzazione delle terre e quindi anche contro mugnai che detenevano i mezzi di produzione. Dall'altra lo stato unitario, visto come entità distante e avversa, è il principale nemico per via delle tasse sul macinato e le eventuali sanzioni in caso di elusione. In breve, le cose per il mulino vanno male, come allegoria di ciò abbiamo una scena riccamente costruita di un incendio notturno che porterà alla distruzione del mulino e da questo alla sfaldarsi della famiglia. Il film, sempre capace nel raccontare le istanze e i sentimenti del popolo e delle altri parti, trova il suo punto d'onore nel finale, per niente accomodante, dove si trovano nella regia come i germogli di qualche celebre film che farà la storia del cinema qualche anno più in là. Ma è soltanto un'impressione, ed il finale ha comunque valore di per sé. Sceneggiatura di Fellini e Pinelli, ma se non lo avessi letto nei titoli non l'avrei mai detto. Sarà che avevo un po' di fretta mentre lo guardavo, ma 15-20 minuti in meno non avrebbero fatto male. Roma città aperta, R. Rossellini, 1945. Uno di quei titoli che non si può non vedere e elogiare per la loro grandiosità. E' forse I promessi sposi del cinema italiano, in questo sua racconto corale di un resistenza morale - esemplare una delle battute finali: non è difficile morire bene, difficile è vivere bene - prima che politica nell'Italia occupata e ancora incerta sulla sua fine; dà la possibilità di scorgere una propria via a tutta il cinema italiano che necessitava, al pari della popolazione, il modo per ripartire. Una via che forse ha perduto, ma è meglio non andare oltre. In ogni caso, il film, complici due attori come la Magnani e Fabrizi a dir poco dominanti nei propri ruoli, restituisce più che una memoria una panoramica al pubblico di allora. E' quasi un cinegiornale per lo spettatore di allora, ed è forse questa sua capacità di sintetizzare il reale in una storia così capace di emozionare a rendere il film ancor oggi di indiscutibile presa. Double vies (Il gioco delle coppie), di Olivier Assays, 2018. E' il racconto del ceto intellettuale, più o meno benestante, della Francia odierna. Coppie di mezza età con lavori che gravitano sopratutto attorno all'editoria, chi è scrittore, chi è editore, chi non legge più, e chi invece lo fa solo su tablet… L'attenzione del film è tutta posta sullo stato delle vite di oggi, così apparentemente vicine a una svolta, facilmente dettata e legata alla tecnologia e all'informatica, ma che, come nella battuta citata de Il Gattopardo: sembra che tutto debba cambiare perché nulla cambi. Il film, che all'inizio, nei suoi serrati dialoghi sulla condizione della vita di oggi, mi ricordava quasi uno dei Moretti prima maniera, è un abile lavoro di scrittura. Per il resto, mi sembra non ci sia molto da notare. In questa scrittura il film sembra però sempre apparecchiare la tavola in attesa di una portata che non arriva mai. Ma se appare per questo deludente, è forse in questo suo tratto, nel suo sottrarsi, che si trova il valore dell'opera. Come se questo mai compiersi, in questo pervadere dell'implicito che mai si palesa, vi sia lo stesso destino delle vite che racconta il film. Certo il film appare più di facile godimento se si ha un minimo interesse per la sfera libraria, ma lo prenderei in ogni caso in considerazione.
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